Narrazioni di icone

Un incontro come narrazione del nostro tempo. Incontro di idee e di persone, di storia e di storie personali, di arte e di significati. La conferenza svoltasi il 22 ottobre 2026 a Milano, presso l’Auditorium dell’Università “Cardinale Giovanni Colombo” di piazza San Marco, ha visto la presenza, come relatori, di Massimo Cacciari e di Padre Benedetto, monaco del monastero ortodosso di Visoki Decani in Kosovo e Metochia.

Ricordiamo che l’Università della Terza Età di piazza San Marco fu inaugurata il 29 ottobre 1983, per suggerimento del Card. Colombo che nel 1981 scriveva: “Occorre che l’anziano possa approfondire e rivisitare la propria cultura, pena il disadattamento sempre più spiccato agli accelerati mutamenti della società in cui vive”.

Nella cornice di un folto pubblico (molti i frequentatori, di ogni età, dei numerosi corsi istituiti dall’ateneo) presenti nell’Auditorium, Don Giuseppe Grampa, rettore, ha introdotto argomento e relatori. Tema, così come descritto nella locandina: “L’icona è narrazione: il percorso di una icona nuova in un mondo nuovo”

Un argomento che, a prima vista, potrebbe far pensare ad una lectio di arte, materia per appassionati, dediti ai particolari di tipo iconografico, tecnico o culturale in senso stretto. Ma la presenza di due relatori, conosciuti dal vasto pubblico per la loro serietà e vastità di interessi culturali e, aggiungiamo, per la competenza anche in campo storico-religioso, aumentava l’interesse di partecipazione e di ascolto.

Don Grampa, sull’argomento “icona”, ha inizialmente accennato al significato di essa, e con riferimento alle Scritture, alla ‘immagine’ e, più specificamente, a ‘Cristo icona del Dio invisibile’ e i credenti icona come Lui. Ha inoltre accennato alla meravigliosa tradizione dell’icona propria della Chiesa d’Oriente: le icone sono diventate anche un patrimonio amato e venerato da tutti i credenti.

Ma una, in particolare, era l’oggetto di “narrazione”, la cui comprensione si è via via mostrata all’attenzione di tutti. ‘Motivata’ e ‘narrata’ da un relatore, anche autore della medesima, e ‘spiegata’ dall’altro relatore, dal punto di vista sia artistico sia filosofico-religioso.

Padre Benedetto ha introdotto la ‘motivazione’ facendo riferimento alla questione storica del senso e dell’utilizzo dell’immagine, dell’icona religiosa, quella cristiana, con la parentesi storica iconoclasta e, sul tema, il chiarimento definitivo, da San Paolo al concilio di Nicea. I quali invece giustificano l’uso dell’immagine: essa ci invita ad avere l’importante rapporto con il divino, l’immagine divina, proprio perché Cristo si è a noi mostrato nella nostra natura e dunque noi non abbiamo un’astrazione da dover rappresentare.

L’icona – dice padre Benedetto – “è quello strumento che consente l’individuazione di questo dialogo personale con la Divinità” (è l’espressione di un ‘percorso personale’ che si ha con il divino, non solo contemplazione estetica); “capire che l’icona è testimone della realtà dell’incarnazione”.

Padre Benedetto si è soffermato sulla considerazione della difficoltà per l’uomo d’oggi di vivere da buon cristiano, tanto che possiamo dire di essere assolutamente impreparati davanti “all’acqua che arriverà ad affogarci”. Davanti al dramma dell’uomo contemporaneo Padre Benedetto si chiede, calandosi in una “narrazione personale”, se sia più facile, così, essere veramente cristiano stando in un monastero oppure se sia più complicato esserlo a Milano o in famiglia, o piuttosto ancor più difficile e complicato esserlo con la propria rettitudine morale; cita Ezra Pound: “siate voi il cambiamento che volete nel mondo”.

All’interno dunque del discorso sulla ‘motivazione’ della ‘sua’ icona, padre Benedetto ha confessato il pensiero sulla necessità, sua, di fare e proporre un cambiamento (per sé e per il mondo). E l’icona gli pare lo strumento opportuno. Ce lo spiega.

Cita a tal proposito una “narrazione” evangelica, quella della lavanda dei piedi, del giovedì della settimana santa: Cristo si cinge ai fianchi un panno, segno di umiltà, e insiste nel voler fare questo gesto della lavanda. Ed allora, l’idea della icona di padre Benedetto – ce lo esplicita lui stesso – vuole ricalcare, per il cambiamento proposto per sé e per il mondo, l’analogo gesto di tale umile richiesta (della lavanda), dove, in una icona ‘senza volto’ (scelta peraltro molto forte per gli Ortodossi, per i quali è molto difficile accettare un’icona senza volti) si vedono le maniche (delle mani che lavano il piede): sono terminali di due maniche, una è di un colore ed è il rosso, rosso porpora (‘quella di nostro Signore’), e l’altra è terminale di un’altra manica che è nera, “che indossa una veste nera come la mia”: “è la mano del monaco che deve testimoniare nell’esempio la totale adesione al dettato cristiano”.

L’autorizzazione all’uso di questa icona e la sua venerazione, come per tutte le icone bizantine autorizzate, è dunque legata al messaggio che ispira in chi la guarda, ispirazione che costituisce motivazione ed ‘entra’ nel cuore dell’autore stesso che la realizza.

Nella citazione, fatta da padre Benedetto, di due grandi santi, San Pacomio e San Francesco d’Assisi, sta l’ulteriore ‘narrazione’ di tale rappresentazione: il primo, che vede la ‘misericordia’ (quella di cui poi parlerà il prof. Cacciari) dei cristiani nei confronti dei propri nemici, e il secondo, San Francesco, che, davanti al Sultano incontrato a Damietta, indica il ‘comportamento da cristiani’ (atti concreti) come la vera predicazione davanti a chi non la pensa in modo uguale (tema, anch’esso ripreso nella successiva relazione del prof. Cacciari).

Il prof. Cacciari, nel suo intervento, è ritornato sul tema della rappresentazione, anzitutto rendendo omaggio e solidarietà nei confronti “di come vivono le comunità ortodosse in certe zone e certe aree dei Balcani e del Kosovo in particolare” (dove, ad esempio, si trova il monastero di Decani, di padre Benedetto): in questa regione sono presenti capolavori architettonici e pittorici dell’Ortodossia e dell’arte bizantina. Molti di questi monasteri sono andati distrutti o fortemente danneggiati volontariamente soprattutto per motivi etnico-religiosi: ricordiamo che a difesa di Decani c’è anche attualmente un presidio militare italiano.

Riprendendo la “narrazione” circa l’icona, Cacciari ha sottolineato la drammatica vicenda della ‘divisione’ dei cristiani anche su tale questione. Iconologie differenti a partire dal Duecento (1200): una diversa rappresentazione non solo iconografica ma filosofico-teologica. Il pittore di icone – ribadisce Cacciari – attraverso la preghiera, il rapporto con Dio, dipinge, in quanto ispirato e secondo regole riconosciute ed approvate, così da creare icone che possano addirittura essere venerate. Proprio perché – come anche affermava padre Benedetto nel suo intervento – l’immagine “vale in quanto è icona di qualcosa che la trascende, l’icona è una finestra sull’invisibile, e non è soltanto il volto di Cristo che è l’icona per eccellenza”.

In una Europa divisa anche artisticamente l’icona bizantina tuttavia rinasce, si trasferisce, nella ‘nuova Bisanzio’, Mosca, la quale vede nuovi interpreti, geni artistici che sono nella loro essenza cristiani (condizione indispensabile di ispirazione): uno su tutti, Andrej Rublëv (1360-1430) e la sua “Trinità”. Dunque, ogni rappresentazione artistica (icona) dovrebbe avere per l’Oriente cristiano questo valore, rendere visibile l’invisibile.

La via che assume invece l’arte occidentale – ribadisce Cacciari – è completamente diversa: Giotto e Cimabue prima di lui rappresentano una rottura che non è solo figurativa ma filosofico teologica, è la grande strada del realismo. Tale ‘realismo’ (la forma realistica della rappresentazione) tuttavia entra in crisi; tra l’800 e il ‘900 rinasce di nuovo l’interesse per l’icona anche all’interno della grande arte contemporanea, soprattutto nel mondo slavo e in Russia. L’icona ‘ispira di nuovo’, ciò che si rappresenta deve contenere o essere un qualcosa che trascenda ogni realtà fenomenica ed essere armonia, ritmo, musica, numero. Ecco l’affacciarsi dell’arte, nei primi del ‘900, dei pittori suprematisti russi (Malevic) o in chiave astratta-musicale (Kandinsky) o in chiave filosofico-spirituale (Florenskj e il suo celebre scritto “Le porte regali”, cioè le porte dove stanno le icone nelle chiese ortodosse.

In questa prospettiva – prosegue Cacciari – deve essere “narrata” anche l’icona pensata e realizzata, da padre Benedetto.

Nella problematica delle differenze, in questo caso le differenze iconografico-filosofiche che ci sono nella concezione delle rappresentazioni, occorre – insiste Cacciari – nel trattare e risolvere le differenze “non fare confusioni”: è sciocco infatti sostenere se è più bravo Giotto o Rublev. E le strade che si possono seguire sono quelle di un pacifismo irenistico oppure la soluzione del farsi guerra, o di armistizi che però non risolvono nulla: invece la via, unica possibile – ne è convinto Cacciari – è la consapevolezza delle differenze ma senza affermazione di gerarchie: il dialogo infatti può diventare forte e interessante in quanto si fonda sul riconoscimento di tali differenze senza prevaricazioni. “Dialogando senza stancarsi – conclude Cacciari – potrebbe anche avvenire che l’uno o ‘altro si convinca dell’idea diversa, vista l’imprevedibilità nella vita”.

Questo atteggiamento – secondo Cacciari – corrisponde alla vera laicità: “il paradosso del cristianesimo, rispetto ad ogni altra fede monoteistica, sta proprio nella sua laicità”: è proprio l’atteggiamento del vero Francesco d’Assisi (non quello dei panegirici celebrativi televisivi): “vediamo gli effetti della mia parola su di loro, anche attraverso la mia testimonianza di vita, e la loro parola su di me, e intanto dialoghiamo”. Questa, di comprensione, di coinvolgimento – continua Cacciari – è la radice fondamentale su cui regge la cultura, il diritto e la civiltà europea, “valori che sono inconcepibili senza la radice cristiana”. E questo “vale per il credente come per il non credente”.

Tornando all’icona, infine, Cacciari individua il senso del mistero e della visione (rappresentazione) dell’invisibile: “non un qualcosa che sta lì davanti e basta. La trascendenza non è mai assoluta o sciolta da ogni rapporto con l’immanenza”. Ed anche l’icona pensata da padre Benedetto ricalca questa visione: l’amore cristiano è “amore che fa”, è “misericordia”, partecipare alla sofferenza del sofferente, non è solo amore contemplativo, platonico. E’ liberare dal bisogno e se non libera non è libero.

L’inquietudine della fede – conclude padre Benedetto – è un tratto specifico della nostra quotidianità: “sono le crepe della vita con cui partecipiamo alla vita, e attraverso di esse noi possiamo partecipare a quel disegno di creazione che l’Onnipotente ha scelto per tutti noi”.

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